venerdì 19 gennaio 2018

Offese alla Petacci, giornalisti presentano esposto contro Floris

Offese alla Petacci, giornalisti presentano esposto contro Floris

Parla il nipote di Claretta Petacci: «Denuncio Gene Gnocchi. Mia zia fu un’eroina»

Parla il nipote di Claretta Petacci: «Denuncio Gene Gnocchi. Mia zia fu un’eroina»

nel ventilatore

 nel ventilatore

my kinda love Art Farmer Jim Hall

COMMEMORAZIONE DEL NATALE DI ROMA DAVANTI ALLA STATUA DI SIMON BOLIVAR

La rabbia, il dolore e il pianto di Lidia Undiemi

IL PAGANESIMO MAGICO DEL GRUPPO DI UR

Sto seguendo con una certa attenzione, il recente riaccendersi di una, mai completamente, sopita polemica riguardante un po’ tutto il milieu “esoterico” e tradizionalista italiano ed avente per oggetto, guarda un po’, l’interpretazione dell’esperienza del cosiddetto Gruppo di Ur e del suo lascito spirituale ed “operativo” in tutte quelle esperienze che, dal dopoguerra in poi, hanno in qualche modo tentato di rifarsi alla cosiddetta “Via degli Dei Romano Italica”. Occasione per rinfocolare polemiche e dibattiti, il novantennale della nascita del Gruppo di Ur e i due recenti, interessanti articoli di Luca Valentini su “Ereticamente” che, del convegno tenutosi in quel di Napoli il 14 di Ottobre, costituiscono, a parere di chi scrive, un po’ la continuazione e la “summa” ideale. Evola fu o no influenzato dall’antroposofia di Colazza? E poi la scuola kremmerziana lasciò o meno il segno in quell’esperienza? E poi. Volevano costoro realmente restaurare la religione pagana in Italia o cosa? O si trattò di un’esperienza unicamente mirante a realizzare, anzitutto, una forma di magica introspezione? E quella successiva dei Dioscuri? Ed allora, in quale senso e direzione può essere intesa, al giorno d’oggi, una “Via Romana agli Dei”? E via dicendo, con tutta una serie di interrogativi che sembrano, invece, voler prepotentemente riproporre un’altra domanda, antica quanto l’uomo ed il suo rapporto con l’Assoluto: adesione ad una ritualità formale potente, ma legata a gesti, ritmi cicli e scadenze determinati o ad un qualcosa di più atemporalmente profondo che, delle immagini sacre, fa un semplice simbolo di riflessione, volto al potenziamento dell’ “Ego”?....Religiosità essoterica od esoterica? E poi. Un approccio multiculturale ed esperienziale al rito, tramite gli apporti delle più e più forme di religiosità in un’ottica di “guenoniano” universalismo o un apporto rigorosamente “etnicista” in un’ottica di esclusivismo culturale ( e cultuale), legato ad antiche radici? Domande che, lì per lì, sembrano esser senza senso, quasi sterili ed intellettualistici interrogativi senza alcuna attinenza con la realtà di quella vita che, invece, di certezze e risposte chiare ha bisogno, per non ricadere nel caotico vortice dell’insensatezza offerto dalla Post Modernità. E questi sono interrogativi le cui soluzioni, invece, portano molto lontano…Cominciamo con il dire che, quando si tratta di scuole di pensiero “esoterico” o misterico che dir si voglia, o di autori ad esse legati, la cautela è d’obbligo. E’ vero. Il Valentini ci riporta frasi di Evola e di altri autori, da cui si può tranquillamente evincere l’intento di un lavoro “sub specie interioritatis” volto a far promanare l’elemento numinoso dai profondi recessi dell’Io. Altrettanto vero è, però, l’intento manifestato dallo stesso Evola in “Imperialismo Pagano” ed in altri autori quali Reghini ( in ottima compagnia del pitagorico Amedeo Armentano, poi emigrato in Brasile, sic!), Caetani/Ekatlos ed altri, in favore di un ritorno della Paganitas in Roma, grazie all’avvento del Fascismo, il cui simbolo, il Fascio Littorio, sembrava rappresentare il miglior viatico in tal senso. Sì, è vero. Evola in “Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo” si mostra molto critico verso tutte le varie derive settarie ed occultiste e verso la stessa Antroposofia steineriana. Ma resta il fatto che in Ur aderì di tutto e di più, neopagani, massoni, steineriani, teosofi, cattolici (Guido De Giorgio), psicanalisti alla Emilio Servadio, oltre agli esoteristi “sciolti”, alla Evola .Ora, affermare che tutte queste persone non partecipassero alle attività più “operative” del gruppo, mi sembra quanto meno azzardato. Già il trattare in modo approfondito certi argomenti, non nel ruolo di semplice studioso, ma bensì in quello di vero e proprio “miste”, sia pure per iscritto, costituisce un’attività in grado di innestare un vortice, un’interazione energetica tra menti e realtà differenti. Anche perché, e questo andrebbe costantemente ripetuto, trattandosi qui di un gruppo esoterico o magico che dir si voglia, non bisognerebbe assolutamente fermarsi alle apparenze, foss’anche basate sulle dichiarazioni degli stessi protagonisti, visto che in questo contesto, più che altrove, vige sovrano l’annullamento ed il superamento del principio di non contraddizione, per cui si arriva al paradosso ontologico di un “tutto che è il proprio contrario”. Qualcuno ha recentemente criticato e messo in dubbio i contributi del pensiero kremmerziano e di quello antroposofico, all’esperienza di Ur e ad altre similari, perché apportatrici di elementi estranei alla matrice indoeuropea della tradizione italica. Ora però, senza voler entrare nel puntiglio di una polemica dai contorni, ad oggi, ancora sfumati, se qualcuno volesse andarsi a leggere i “Dialoghi” di Kremmerz, (ma anche altri scritti dello stesso autore), vi troverebbe più e più volte ribadita la impellente necessità di doversi rifare a riferimenti sacrali Romano Italici ed Ellenici, anziché a tradizioni estranee, quali quelle “orientali” ed altre similari. Che poi, un autore come il succitato Kremmerz o lo stesso Reghini ed altri ancora, abbiano agito in contesti immersi in una simbolistica che richiama le più classiche radici dell’esoterismo occidentale, espresse da elementi gnostici, rosacrociani o cabalistici, questo non comporta l’automatica adesione di costoro, al “background” espresso da tali simboli, che, comunque sia, erano parte costituente di un determinato contesto culturale ed epocale. Alla stessa maniera, bisognerebbe andarci piano quando, con decisione, si rigetta l’ipotesi di una qualsivoglia influenza dell’antroposofia di Colazza ed altri, su Evola. Il Pensiero, ed in particolar modo quello di tipo esoterico, non può esser considerato qualcosa di fisso ed immutabile, bensì una forma di fluido che interagisce adattandosi di continuo alle contingenze di quel momento. Lo stesso pensiero teosofico o antroposofico steineriano, non si mantiene fisso su certi parametri, ma subisce una vera e propria mutazione in autori come Massimo Scaligero che, nei suoi trattati posteriori, ci parla di un vero e proprio “Pensiero Vivente” espressione di quel lavoro incentrato sull’Io, che sempre più, sfugge ai classici parametri fantasticheggianti dello steinerismo prima maniera. Julius Evola critica sia il cristianesimo che certo “paganesimo dilettantesco” ma, stranamente, non perderà mai completamente i contatti con un certo mondo i cui epigoni post bellici, sono proprio rappresentati da quel misterioso Gruppo dei Dioscuri, che non mancherà di informarlo puntualmente sulle proprie attività. Quell’Evola che, al pari di altri suoi omologhi, legato ad un modo di pensare “Tradizionale”, si fa simbolo vivente dell’irrompere della Modernità anche nell’ambito del pensiero “magico”, grazie proprio a quella nuova visione prospettica, incentrata su un “Io” ora in grado di interagire con la realtà, arrivando anche a modificarne i parametri sul piano metafisico. Se andiamo a ben vedere, molti degli aderenti al Gruppo di Ur, provenivano dalla frequentazione di riviste quali “Lacerba” e di personaggi alla Prezzolini o alla Papini e dal milieu Futurista e d’Avanguardia. Quell’Avanguardia che, tra fine Ottocento ed inizio Novecento, fonderà insieme Futuro e Tradizione, Magia e Tecnica, all’insegna di un “Ego”, pericolosamente proteso tra le suggestioni superomistiche e le emergenti forze dell’inconscio e dell’occulto. Una spinta all’irrazionale, che la preponderanza della Tecno Economia non riuscirà mai completamente, né a sopire né a domare… La seconda grande questione che non si può assolutamente tralasciare, è quella dell’attuale contesto storico, da cui le polemiche a cui abbiamo poc’anzi accennato, prendono corpo. Senza entrare nel puntiglio di una esatta genealogia storica, possiamo affermare che, sul solco degli storici gruppi di riferimento del moderno paganesimo di matrice romana, si è andato innestando un filone ed un’interpretazione sino a poco tempo prima, relegati ad ambiti più specialistici e cioè quella più “esoterica”, a cui abbiamo già accennato. Al di fuori dell’esperienza del Gruppo dei Dioscuri, la “Via Romana agli Dei”, pur oscillando tra un’interpretazione “prisca” della religiosità romana ed una più impostata al Neoplatonismo ed agli scritti di Macrobio, Plotino, Giamblico, ha dato di quest’ultima un’interpretazione più formalista. In questo, l’apporto “esoterico”, anche se talvolta caratterizzato da qualche umanissima forzatura o inesattezza, non può che costituire un sano antidoto alla stasi, alla marmorea rigidità di certi sterili apologeti della Tradizione. Due visioni, due modalità di intendere un qualcosa che, invece, nonostante l’apparente dissidio, costituiscono le due facce complementari di una medesima realtà. Quella del mistero rappresenta una delle necessità primarie dell’animo umano. Il sottile velo che adombra e ricopre aree che a noi permangono precluse , rappresenta un potente stimolo alla fantasia ed alla creatività, ad un continuo porsi domande ed a cercare risposte. L’importante qui non è il disvelamento del mistero, ma la ricerca, il percorso “si et si” che, dell’umana esistenza, costituiscono il sale. E nella spasmodica ricerca di risposte, nel mare magnum del mistero, l’individuo potenzia il proprio Ego, sino a far di sé stesso un Dio…ma, d’altra parte, esiste da tempo immemorabile la necessità di dar un ordine al mondo tramite una serie di formule, di parole, di movenze, che nel ricalcare le principali coordinate della realtà, mettono l’intera comunità degli oranti in connessione con le dimensioni superne; questo insieme di procedure è “rtah/rito” ovverosia dar ordine al mondo evocando e collaborando con ciò-che-sta-di sopra. Quel “sopra” spesso disvelato e conservato da quelle antiche radici, che la lingua dei padri assieme a simboli atemporali, ci trasmettono e ci ripropongono attraverso lo scandire del tempo, in giorni, stagioni, Ere, Eoni… Due momenti, due modalità si direbbe quasi opposte. Fede e ricerca, estasi ed iniziazione, pur con le loro differenze, ruotano attorno allo stesso Samsara, alla stessa grande ruota dell’Essere. Ambedue sono, sia pur con tutti i loro eccessi e le loro (apparenti) incongruenze, romanamente parlando, quelle membra che hanno bisogno l’una dell’altra. Momenti, percorsi, personalità differenti che si incrociano, si intersecano, talvolta si scontrano ma che, proprio in questo momento, proprio di fronte all’epocale tragedia della perdita del Sacro, del magico, dell’immaginifico, dinnanzi al vuoto di un mondo incentrato sull’apparenza e sull’arida concezione Tecno-Economica, dovrebbero finalmente comprendere dove sta il nemico, quello vero, ed affilare le armi per una battaglia epocale. Una battaglia incentrata sulla capacità di arrivare all’elaborazione di una nuova sintesi che sappia essere Pensiero-Azione, Essere-Divenire, Immanenza-Trascendenza e che sappia, pertanto, rispondere colpo su colpo a tutte le tremende sollecitazioni della Tecno-Economia. Stavolta a perdere non sarà questa o quell’altra tendenza culturale, questo o quell’altro gruppo, ma l’intero patrimonio spirituale di un genere umano, appiattito, immiserito e subordinato ai diktat del Pensiero Unico. 
UMBERTO BIANCHI 

giovedì 18 gennaio 2018

Gli Antichi Astronauti (Documentario)

COLONIALISMO – IMPERIALISMO E FASCISMO

COLONIALISMO – IMPERIALISMO E FASCISMO

«Come si spiega la contraddizione che il Fascismo è per l’autodeterminazione dei popoli, sostiene le lotte di liberazione e la lotta del sangue contro l’oro, e poi invece è per il colonialismo italiano e l’Impero? Tratteggiamo alcuni accenni di risposta concettuali e storici»


di Maurizio Barozzi


Il governo fascista di Mussolini, ereditata una nazione già colonialista, tra il 1935 e il ’36, ne estese lo spazio con la conquista dell’Ethiopia, Il posto al sole, arrivando ad edificare un Impero, anche se ben lontano dalla portata del vasto e variegato Impero britannico che si formò nel tempo con la violenza delle armi e con il sangue, estendendosi in ogni angolo del pianeta e dagli immensi Imperi, possedimenti e sfruttamenti territoriali, palesi o mascherati, di statunitensi e francesi, che garantivano ai rispettivi tenutari e pirateschi ladroni, la possibilità di sottrarre risorse naturali e mano d’opera, per garantirsi tenori di vita sopra le righe.






Senza trascurare infine l’Unione Sovietica che alle soglie della seconda guerra mondiale mise in moto un percorso espansivo che poi con la vittoria militare e gli accordi di Jalta si risolse nella costruzione di un blocco di paesi invasi militarmente e ad essa assoggettati, la quale, con la motivazione dell’esportazione del comunismo, ebbe a palesarsi come un vero e proprio “Impero” sotto le mentite spoglie di una costituzione di nazioni di paesi socialisti fratelli dietro la guida della casa madre del comunismo che era l’’URSS.

Una favoletta per ingenui, essendo invece, quello sovietico comunista, un vero e proprio “Impero” con tanto di restrizioni libertarie, imposizioni territoriali e obblighi militari, pianificazione economica e quant’altro, imposte a forza e mai verificate da un suffragio elettorale e anzi con tanto di repressioni nel sangue e deportazioni, nel caso di ribellioni.

Le ragioni che indussero il fascismo alla svolta “imperiale” che tanto entusiasmo suscitò nel paese, al punto da indurre molti noti antifascisti a rivedere le loro posizioni contrarie al regime di Mussolini, furono


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essenzialmente di natura storica e geopolitica, anche se le necessità della ricerca di materie prime in cui, come Nazione, eravamo strutturalmente carenti, e la ricerca di spazi geografici dove travasare l’abbondanza di manodopera e stroncare definitivamente il fenomeno della nostra emigrazione, ebbero un loro forte ruolo.

Fu così, come sovente accade nella Storia, che le necessità e le contingenze del tempo, determinarono uno sviluppo storico del fascismo, divergente dai suoi presupposti come movimento rivoluzionario di portata universale, privilegiando gli interessi nazionali che del resto erano la ragione di nascita ed esistenza del fascismo stesso. Questa contraddizione si palesò quando il fascismo fu costretto a ingaggiare una lotta mortale proprio contro gli imperi plutocratici e colonialisti.

Ma non fu solo il fascismo come partito nazionale a propugnare la conquista di “un posto al sole”, su questa linea si trovarono anche le altre componenti che gestivano il potere assieme o dietro le quinte del governo di Mussolini: dalla diarchia con la Monarchia, al cattolicesimo desideroso di esercitare la funzione missionaria, dalle correnti borghesi e liberali e dagli interessi confindustriali, tutti da sempre “colonialisti”, come del resto erano stati i governi precedenti al fascismo, anche se con partecipazione di socialisti.

Quando dietro all’entusiasmo per il grande impulso delle costruzioni e realizzazioni in Libia, dove nel 1934 venne mandato Italo Balbo come “Governatore”, in Italia si suonavano le note di valorizzazione del colonialismo, tutte queste vecchie e sopravvissute componenti sociali, politiche, culturali e istituzionali, da tempo, ne accompagnavano la musica.

A livello ideale, Mussolini aveva iniziato a pensare ad una ampliata e definitiva sistemazione in Africa, fin dal 1929, ma le ragioni storiche della “impresa imperiale africana” vanno ricercate nel contesto internazionale del tempo, laddove all’Italia, già emarginata ed umiliata nelle trattative di pace per la definizione della Grande Guerra e soprattutto dopo gli sforzi di Mussolini nel 1933 per raggiungere un equo balance of power in Europa, disinnescando futuri gravi contrasti, tramite il “Patto a Quattro” con Germania, Inghilterra e Francia, del 1933, prima firmato da tutti i contraenti e poi rifiutato di ratificarlo da britannici e francesi, veniva ad essere inchiodata dai britannici e dai francesi in una posizione subordinata, costringendo Mussolini a reagire e ad indirizzarsi verso la conquista di uno spazio in Africa che ribaltasse e scompaginasse i criminali progetti dei nostri ex alleati, tutti tesi a negare la crescita e il legittimo nostro ruolo, soprattutto nel mediterraneo.

Basti pensare che gli inglesi considerarono sempre il Mediterraneo, ragione geopolitica della nostra esistenza, un loro Lago (così come gli Stati Uniti consideravano l’America Latina il loro “giardino di casa”), ponendosi in tal modo come il nostro principale e irriducibile nemico.



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Cosicché l’Italia pensò bene di espandersi in Africa incuneando nelle terre orientali di quel continente (circa 1.120.400 kmq, quasi il quadruplo dell’Italia, con una popolazione di circa 28.000.000 di abitanti, di diverse etnie), una presenza che i britannici avvertirono subito come potenzialmente pericolosa per la tranquillità politica del loro controllo imperiale in Africa (sulla Abissinia, come veniva ad essere impropriamente chiamata l’Ethiopia, retta da Ras con sistemi feudali e tanto di schiavitù legittimata, gli inglesi, non considerandola remunerativa per i loro interessi, si erano sempre limitati ad esercitare solo una discreta ingerenza politica a distanza).

Fu così che il Duce confermò il nostro ruolo di paese colonialista anche se questo aspetto era in contrasto con alcuni principi, tra cui l’autodeterminazione dei popoli, per cui era nato il movimento fascista.

Non fu un caso quindi, né retorica propaganda, che Mussolini e varie correnti culturali del fascismo, con in prima linea l’Universale di Berto Ricci, che al contempo partiva volontario per la guerra d’Ethiopia, intesero dare, come vedremo più avanti, all’Impero italiano quell’aspetto “romano”, nella tradizione di Roma, che lo distinguesse dagli imperialismi fine a sé stessi e finalizzati al solo alla rapina e mero sfruttamento di altrui risorse e beni, relegando gli autoctoni, in tal modo assoggettati, nella apartheid o nella brutale sottomissione, se non al genocidio o alla estinzione come era avvenuto per gli amerindi, i pellirossa, in America.

In ogni caso il fascismo come partito di governo, nel ventennio, fu colonialista, anche se come movimento, come idea rivoluzionaria, concettualmente almeno, non lo era affatto.

Questi concetti e queste asserzioni, che possono sembrare strane a chi non è ben informato, non le diciamo solo noi, ma come vedremo, riportandone ampi stralci, da un ricercatore storico di ottima caratura, politologo, scrittore e giornalista di comprovata fede fascista e affermata cultura, come lo scomparso e compianto dottor Alberto B. Mariantoni del quale ci avvarremo del suo Saggio “Il posto sole – Guerra d’Africa”, che per la chiarezza di idee e precisione di riferimenti, è una insostituibile guida.

Le distorsioni storiche e concettuali del neofascismo

Non è qui il caso di riassumere e illustrare il percorso umano, ideologico e politico dei reduci del fascismo dal dopoguerra in avanti, forzato e condizionato da forze e interessi di varia natura, in primis le Intelligence dei nostri occupanti americani, che si configurò come “neofascismo”, laddove in pochi anni, emarginato ogni dissenso, prese forma, una specifica di “fascismo” che era proprio quella che gli antifascisti avevano sempre desiderato che fosse, bandendo ogni presupposto rivoluzionario per attestarsi su posizioni politicamente qualunquiste e socialmente conservatrici, elidendo ogni indirizzo socialista del fascismo e palesando una ideologia dai caratteri


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reazionari con posizioni a dir poco aberranti, tutte supportate dall’ alibi dell’anticomunismo che ne doveva giustificare ogni atto.

Tanto per darne un accenno, oltre a sostenere il cosiddetto “mondo libero”, quale male minore, quando invece, persino sotto l’aspetto esistenziale, il mondo libero conformato dalla way of life americana, costituiva il peggior nemico dell’uomo, si finiva persino di praticare, in via sistematica e continuativa, il tradimento degli interessi nazionali per dover sostenere e difendere quelli dei nostri occupanti Atlantici.

In questo contesto i neofascisti estendevano il concetto di Europa a tutto l’Occidente, essenzialmente dominato dagli Stati Uniti e incluso nella Alleanza Atlantica, comprendendovi nazioni come il Sud Africa e la Rodhesia e persino simpatie verso Israele, definito un baluardo dell’uomo bianco (!) nel vicino oriente. Espunto quindi il fascismo di ogni sua specifica rivoluzionaria, il neofascismo non poteva che schierarsi per gli Stati d’ordine, persino golpisti e militari, come i Colonnelli in grecia e Pinocht in Cila (che di fatto avevano consegnato il paese agli interessi statunitensi), e i regimi conservatori di Spagna e Portogallo dove il potere era posto nelle mani di esosi capitalisti supportati dalla Chiesa.

Di conseguenza venivano difese le posizioni colonialiste di queste nazioni, quando la loro occupazione coloniale non aveva alcuna giustificazione, neppure quella di una presunta superiorità spirituale di razza o missione civilizzatrice.

Praticamente il neofascismo si è palesato come una variante di destra dell’antafascismo e nessuna attinenza o riferimento può esservi con il fascismo, in particolare il fascismo repubblicano e socialista della RSI che, sgravato da compromessi e adattamenti, rappresenta la genuina e naturale evoluzione della rivoluzione fascista.


Si da il caso, però che il neofascismo, in varie sue componenti, attestato su queste posizioni di destra, si è investito anche della giustificazione storica e ideologica del colonialismo, gia fin dai tempi delle sue simpatie verso l’Oas e la confusione che ne è derivata esige oggi una chiarificazione, netta e definitiva.

IL COLONIALISMO

Torniamo quindi al citato Saggio di Alberto Mariantoni, il quale scrive:

«Il Colonialismo, sotto qualsiasi forma, ivi compreso il particolare modello fascista, è una contraddizione in termini con i principi ed i valori di libertà, indipendenza, autodeterminazione e sovranità politica, economica, culturale e militare a cui ogni Popolo-Nazione del mondo, non solo ha diritto di ambire o di desiderare ma


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addirittura, ha il dovere civile e morale di rivendicare e di ottenere, con qualsiasi mezzo, per poterli tangibilmente concretizzare, per la propria gente e gli altri popoli, nel contesto della società umana»


E prosegue Mariantoni senza peli sulla lingua:

«Colonialismo: una volgare idea malsana

Il concetto (moderno) di colonialismo – inizialmente giustificato ed incoraggiato da un Bolla papale (quella di Alessandro VI Borgia che, nel 1493, aveva suddiviso il Globo terrestre in due metà, l’una arbitrariamente assegnata al Portogallo e l’altra alla Spagna), successivamente legittimato, il 7 Giugno 1494, dal Trattato di Tordesillas (tra i Re cattolici di Spagna e Giovanni II del Portogallo) e, dopo diversi secoli, ulteriormente convalidato dalla Conferenza geografica di Bruxelles (1876) ed, in ultima istanza, ugualmente ed aggiuntivamente ufficializzato e reso ammissibile e praticabile da 14 Paesi[1] che partecipavano alla Conferenza di Berlino (15 Novembre 1884 / 26 Febbraio 1885) – tende ad autorizzare, coonestare e legalizzare l’occupazione militare, la dominazione politico-culturale e lo sfruttamento economico di un Paese su un altro Paese e/o di un Popolo su un altro Popolo.

Questo, ovviamente, quando non implica o non ha già implicato – come nel caso degli Stati Uniti, della Gran Bretagna, della Francia, dell’Olanda, del Belgio, della Spagna, del Portogallo, del Sud-Africa e di Israele – la sistematica eliminazione o marginalizzazione delle popolazioni dei territori conquistati, la pulizia etnica o l’espulsione degli autoctoni, l’apartheid, la negazione, il rifiuto o il plagio delle culture aborigene, l’assimilazione forzata delle popolazioni sottomesse e, “dulcis in fundo”, perfino l’ibridazione generalizzata e reciproca (salvo per gli Israeliani… che, nel rapporto con le popolazioni palestinesi sottomesse, tendono a distinguersi e ad isolarsi, praticando delle speciali unioni endogamiche, tra membri della stessa setta, a partire da basi religiose e/o culturali e/o storiche) dei dominatori e dei dominati, nel contesto di un inevitabile habitat multirazziale e multirazzista.

In altre parole, il Colonialismo, ai miei occhi ed a quelli (spero…) di chiunque possegga un minimo di umanità e di buon senso, altro non è, né può essere, che l’ordinaria e ripugnante legalizzazione dell’ingiustizia della violenza, del sopruso e della rapina, nonché di un inevitabile, assurdo e devastatore autolesionismo o “masochismo” etnico-culturale! ».


Cfr.: “Il posto sole – Guerra d’Africa”, visibile on line, tra gli altri Siti, in:

http://www.abmariantoni.altervista.org/storia/Impero.pdf ed anche ripreso da:

http://www.mirorenzaglia.org/2011/05/5-5-1936-impero-italiano-le-ragioni-di-un-torto/.



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Questa posizione concettuale del movimento Fascista, si incanala perfettamente nelle posizioni di quei fascisti, come Berto Ricci, che pur consci della ontologica diversità degli uomini e quindi delle razze, hanno sempre rifiutato ogni forma di razzismo suprematista.








Un conto è riconoscere e anzi valorizzare le differenze culturali e razziali e tradizioni nell’ambito di ciascuna specificità, ponendole in un contesto oranico, ed un conto è praticare il suprematismo, l’ostracismo, l’apartheid, quando poi lo stesso discorso delle rispettive “superiorità” e “inferiorità” è del tutto relativo investendo oltretutto valori squisitamente spirituali.

Del resto si deve proprio alla grande intuizione di Mussolini, superando il Socialismo senza rinnegarlo, la valorizzazione delle diversità ontologiche degli uomini (principio avverso agli “immortali principi”), mettendole a disposizioni del bene comune (socialismo).

Non fu casuale quindi che il fascismo riuscì, forse per la prima volta nella storia a portare veramente nello Stato il popolo, nelle sue componenti economiche sociali, professionali, combattentistiche, arti e mestieri (antitesi ad ogni assetto Istituzionale dell’era moderna poggiante su aristocrazie e dinastie travolte dalla loro decadenza: «Dottrina del Fascismo: “Non si torna indietro. La Dottrina fascista non ha eletto a suo profeta De Maistre, L’assolutismo monarchico, fù e così pure ogni ecclesia. Così furono i privilegi feudali, e la divisione in caste impenetrabili, e non comunicabili tra di loro.>>).


Berto Ricci, non a caso, ebbe ad affermare esplicitamente:

«“Uno dei punti sui quali ci dobbiamo impegnare è la lotta al razzismo perché, in una visione universale del fascismo, l’ascaro fedele è uguale a noi, è nostro fratello. […] In un a visione imperiale la discriminazion e razziale non è concepibile»”.

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Né più né meno d i quella visione Imperiale di Roma, che conquista e fa tutti cittadin i dell’Impero, riassumendoli e ordinandoli tutti nelle sue Leggi, rispettando anche la pluralità del le confessioni
religiose, rappresentate nel Pantheon.

E proprio il richia marsi a Roma, ci induce ad accennare almeno ad un'altra spiegazion e:

non di rado gli antifascisti, infatti, riferendosi a quei fascisti, oppure ai cosiddetti “rosso bruni”, che nel dopoguerra si sono attestati su posizioni anti imperialiste e anti americane, hanno fatto rilevare la contrad dizione che detti fascisti parteggiano per le lotte di liberazione dei po poli, sottomessi dall’imperialismo americano o israeliano, e ne condannano i relativi massacri, ma per altro verso, non avversano il nostro imperialismo a danno di libici e abissini e ne giustificano le repressioni ai tentativi di guerriglia degli autoctoni. Questa contraddizione è evidente, ma se andiamo a ben vedere è più apparente che reale. Non è il caso q ui di portarci su discorsi ideologici e filosofici, basta accennare al fatto che, come già indicava la Sapienza antica, nella natura umana, nell’uomo, è connaturata la conquista, la sopraffazio ne, il possesso e l’esercizio del potere.

E’ un archetipo umano che è impossibile eliminare, ma s emmai limitare, perché se non ci fossero i freni inibitori, morali e religiosi, i fr eni di legge e del diritto, i freni di una “autorità” super partes, la terra diverreb be una jungla e non ci sarebbero limiti alla prevaricazione, alla rapina, al l’omicidio, nella peggior abiezione umana, da parte del più forte o del più scaltro a danno degli altri, non bastando le s ole virtù positive, pur presenti nell’ uomo, a frenare questi istinti criminali e b elluini (homo homini lupus).

Stante così le cose e pres o atto che a questo “archetipo” umano non può esserci “evoluzione” (l’uomo ucc ideva e derubava dalla notte dei tem pi, esattamente come fa oggi, essendosi evoluto solo il “modo” in cui lo fa e lo giustifica, il rapporto culturale in cui si pone con gli altri), stante così le cose, si diceva, resta solo la “sublimazion e”, l’incanalazione della natura uman a in un contesto di Diritto, di bene comune, di civiltà, laddove sono le virtù che vengono valorizzate e i lati negat ivi messi sotto controllo: è il princi pio della civiltà romana ed infatti come vedremo, Mussolini cercherà di dare al colonialismo e poi all’Impero i contorni e le specifica di Roma.

In questo senso quindi non si sarebbe più più potuto parlare d i “colonialismo”


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come sopraffazione e conquista, ma come espansione di civiltà, dove si mette a disposizione dei nativi tecnologicamente meno evoluti, se non quasi primitivi, tecnica e conoscenza e se ne socializzano le risorse territoriali.

Una impostazione e una impalcatura, umana, sociale ed istituzionale che per l’epoca storica anteguerra, caratterizzata dal colonialismo sfrenato, poteva funzionare e giustificarsi.

Se poi all’atto pratica le cose, nella Africa da noi occupata, non andarono propriamente così e si ebbero anche situazioni di puro colonialismo, più che al fascismo lo si deve attribuire alle tradizioni che caratterizzavano le vecchie componenti conservatrici del nostro paese Basti pensare che entrammo in guerra con la tradizione monarchica del nostro esercito, che presentava una mensa ufficiali e una mensa per i soldati, una stortura che gridava vendetta per per tutti coloro che in quella guerra mettevano in gioco la vita e che infatti con la RSI si cercò di porre rimedio.
Il discorso di Mariantoni, quindi, poc’anzi visto sul colonialismo, in riferimento alla storia moderna e contemporanea non fa una grinza, ma in termini metastorici e atemporali, occorre anche fare le considerazioni su esposte.

I massacri perpetrati dagli Italiani in Africa

Prima di affrontare il discorso dell’IMPERO ITALIANO, delle sue peculiarità e caratteristiche che lo distinguono dagli altri imperialismi, vogliamo subito affrontare le accuse elevate dagli antifascisti all’Italia fascista: quella di aver proceduto a sanguinose rappresaglie in Ethiopia e aver persino usato i gas tossici, arma espressamente vietata dalla Convenzione di Ginevra.




















  


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Anche in Libia, precedentemente, ci fu una sanguinosa repressione del movimento senussita impegnato in una guerriglia contro l’Italia.

Non abbiamo alcuna intenzione di voler nascondere queste pagine non certo edificanti, ma dobbiamo subito premettere che a differenza di repressioni sanguinarie, perpetrate per esempio dagli inglesi nelle loro colonie e possedimenti (per non parlare negli anni a venire di quelle degli israeliani), aventi spesso il carattere e il fine del vero e proprio genocidio, le stragi commesse da noi italiani furono una reazione, per quanto esagerata, ad episodi di terrorismo, ad attentati sanguinosi contro di noi, un terrorismo che si voleva stroncare definitivamente per la sicurezza dei nostri connazionali e per garantire una pacifica convivenza nella regione.

Una distinzione, questa, non indifferente, soprattutto se vi aggiungiamo il fatto che la ricerca storica su questi episodi è carente e non affatto chiara.

Gli attentati di cui fummo oggetto in Ethiopia furono particolarmente sanguinosi e scatenarono altrettante sanguinose e forse eccessive nostre rappresaglie, mentre in Libia la repressione fu indispensabile a causa dei continui attacchi della guerriglia senussita nell’Est della Libia.

Omar al Muktar, imam e guerrigliero libico cirenaico, fu condannato a morte nel Settembre 1931 (e fu comunque un errore) perché nel corso del processo, aveva formalmente riconosciuto di avere ordinato l’assassinio di un certo numero di prigionieri italiani e di essersi ugualmente reso responsabile della strage di Slauta, dove un’intera tribù di disarmati beduini libici legati all’Italia, venne massacrata dai suoi meharisti.

Per quanto riguarda l’uso dei gas tossici, bombe all’iprite, oltretutto un episodio di portata contenuta e non così intenso come lo si è voluto far passare (tantissimi nostri connazionali impegnati in quella guerra non ne ebbero neppure sentore e alcune testimonianze che lo attestano o lo esagerano sono

contestate da innumerevoli testimonianze raccolte, in prima battuta, da “Storia Verità” (Marzo 1997), e da ultimo riportate da Filippo Giannini su “Il Popolo d’Italia” del 5 Agosto 2005).

Questo limitato impiego criminale, comunque avvenne a causa di una contingenza militare avversa e pericolosa che aveva coinvolto, quello che anni dopo si paleserà come sua indecenza il generale Pietro Badoglio.

Il ricorso ai gas, infatti, sarebbe stato espressamente richiesto e preteso dal Generale Badoglio, nel Gennaio del 1936, per poter frenare e quindi contrattaccate, un’inaspettata e travolgente offensiva etiope:

«In particolare, quella condotta dai Ras, Immirù (40.000 uomini), Mulughietà (80.000), Cassa e Sejum (40.000 + 30.000) che – puntando in direzione di Tracazzè, Macallè e Tembien – aveva facilmente travolto la 24ª Divisione italiana “Gran Sasso” (presso la località di Dembeguinà), riconquistato la regione dello Sciré, sconfinato militarmente in Eritrea, al punto che non era affatto escluso che potesse ugualmente rinnovare o

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replicare, ai danni delle truppe italiane di quella zona del fronte, il massacro di Dogali (26 Gennaio 1887) e/o l’eccidio di Adua-Abba Garima (1 Marzo 1896)»

[Cfr.: http://www.abmariantoni.altervista.org/storia/Impero.pdf[).

In definitiva, in quell’epoca, l’impiego di bombe caricate ad iprite (e non limitato e circostanziato come il nostro), si era già verificato in altre occasioni e per motivi meno drammatici ed impellenti della nostra contingenza militare avversa, per esempio: da parte di Sua Maestà britannica, in Russia, nel 1919, contro i Bolscevichi, ed in Iraq, negli anni ’20, contro le popolazioni Curde ed Arabe in rivolta; a cui possiamo aggiungere l’esercito spagnolo, il 29 Giugno 1924, nella regione di Tétouan, in Marocco.

E se per noi, questo impiego fu ritenuto dal Badoglio assolutamente necessario e quindi approvato da Roma, per altri campioni di democrazia era invece una prospettiva naturale come attesta, proprio in quel periodo storico, l’allora Ministro delle Colonie del governo britannico Sir Winston S. Churchill:

“Non capisco questa schizzinosità circa l’uso di gas. (… ) Sono fermamente per usare i gas contro le tribù incivili”).

(Cfr.: http://www.abmariantoni.altervista.org/storia/Impero.pdf)


L’IMPERIALISMO ITALIANO

 
Nelle forme di colonialismo e imperialismo (ma già qui lo stesso nome “Imperialismo risulta stonato) franco - anglo - americano soprattutto, ma non solo (persino il piccolo e insignificante Belgio deteneva e sfruttava 

colonie), laddove queste nazioni pirata conquistarono e si impadronirono di terre altrui da colonizzare, depredare e più o meno schiavizzare, tutto il meccanismo imperialista di questi conquistatori era basato sullo sfruttamento del territorio, della mano d’opera locale e dei beni e materie prime sottratte alle terre occupate, genocidando o lasciando la popolazione locale in condizioni indigenti, se non di semi schiavitù o forzandone l’adeguamento alla cultura dei conquistatori per neutralizzarne ogni forma di ribellione.


Quel poco di infrastrutture che venivano edificate: qualche strada, un ufficio postale, una banca, bordelli e osterie e trasporti, residence e ospedali, per i civili e militari colonizzatori, erano solo finalizzate allo

  

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sfruttamento pratico e razionale di ciò che quelle terre o quella gente non progredita o addirittura semi primitiva, poteva dare.

Diverso il comportamento dell’Italia fascista (seppure risentiva degli influssi di una cultura borghese e conservatrice e delle tradizioni sabaude proprie del ventennio, per cui, in pratica e come accennato, non tutto fu poi così idilliaco) che costruì ogni genere di infrastrutture e servizi, comprese le scuole e gli ospedali, di cui le stesse popolazioni locali, senza alcuna apartheid, potevano beneficiare, in pratica contribuendo alla crescita e sviluppo di quelle terre, da secoli rimaste allo stato primitivo e apportando un beneficio a tutti esteso.




L’imperialismo fascista quindi, in quei territori che già avevamo o vennero conquistati negli anni ‘30, apportò un progresso civile di enorme portata costruendo strade, ferrovie, case, scuole, ospedali, ogni genere di infrastrutture di cui beneficiarono anche le popolazioni locali.

Basti pensare che il nostro nemico, durante la guerra abissina, il Negus Hailé Selassié.
quando venne rimesso al potere, come Imperatore, dagli inglesi, alla fine della seconda guerra mondiale, chiese agli italiani ancora presenti di rimanere nel paese a beneficio di tutti.

  
    
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Tralasciando le grandi realizzazioni italiane in tutta la Libia, che per efficienza e bellezza risultarono un meraviglioso gioiello incastonato anche in regioni sostanzialmente desertiche, e ponendo lo sguardo sulla conquistata Ethiopia, dove le eterogenee genti vivevano in condizioni semi primitive e vigeva in pieno il diritto alla schiavitù, ecco un riassunto di Alberto Mariantoni, delle principali realizzazioni che furono operate in Etiopia, in soli 5 anni (!) di presenza italiana:

«– furono costruiti ed organizzati, ad esempio, numerosi villaggi popolari, come quelli di Oletta e di Bischioftu, nelle vicinanze di Addis Abeba;

– venne realizzata la costruzione, in meno di 18 mesi, di 6 grandi assi stradali, due dei quali, da Addis Abeba, continuano ancora oggi a congiungere Massaua (una strada di 1.600 chilometri – e con i mezzi tecnici dell’epoca, cioè con i picconi, le pale e molto “olio di gomito”) e Assab, sul Mar Rosso (la Kombolcia-Assab, una strada di 480 chilometri, fu portata a compimento in soli 6 mesi!), ed un altro, che congiungeva Mogadiscio, sull’Oceano Indiano;

– l’edificazione ex novo della ferrovia Massaua-Asmara (attualmente in disuso);

– la ristrutturazione della ferrovia Gibbuti-Addis Abeba e la costruzione, in parallelo a quest’ultima, di una strada camionabile, sul tratto Gibbuti-Diredaua, fino alla stazione di Harrar;



  
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– la progettazione e la costruzione (non terminata) delle strade camionabili verso i porti di Berbera e di Zeïla (nell’allora Somalia britannica) e la località di Gambela, alla frontiera con il Sudan;

– questo, naturalmente, senza contare le decine e decine di edifici pubblici, di uffici postali, di scuole, di ospedali, di infermerie, di lebbrosari, di stazioni radio, stazioni telefoniche, di alberghi, di caserme, di campi sportivi, di centrali elettriche, di mattatoi, di fognature, di opere idrauliche e di contenimento delle acque dei fiumi, i piani di appoderamento e della messa in cultura di cereali, di fibre tessili, di piante oleaginose;

-            la ristrutturazione dei porti di Assab (Eritrea) e di Mogadiscio (Somalia); la prospezione mineraria in Etiopia: il rame, nel Tigré e nell’Amhara;

il ferro, quasi dappertutto; il piombo e l’argento, nelle diverse regioni dell’altopiano; il carbon fossile e la lignite nel Choa e nella regione del lago Tana; il potassio ed il manganese, nel Tigré;

il salgemma, nella Dencalia; il mica ed i silicati nell’Harrar; lo zolfo, nel bacino dell’Auasch, etc. ».

(Cfr.: http://www.abmariantoni.altervista.org/storia/Impero.pdf).

  



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Non è di certo casuale, nè un gratuito omaggio al fascismo, se il settimanale The Economist in un articolo ha raccontato il nobile passato urbanistico della capitale etiope, e le sue prospettive future. Tanto che il giornale on line Il Post che ha commentato l’articolo lo ha titolato: «Ad Addis Abeba il colonialismo fascista ha lasciato pregevoli architetture». Scrivendo:

«Addis Abeba ospita pregevoli e ammirate costruzioni dell’occupazione fascista (come anche Asmara, in Eritrea), a cui sono succeduti meno pregevoli edifici pubblici di stampo sovietico durante il periodo marxista del paese, tra il 1974 e il 1991. La scuola architettonica italiana è ancora tenuta in grande considerazione nei progetti urbanistici in esame per affrontare la crescita della città, in cui sono stati coinvolti anche architetti stranieri»
.
   
(Cfr.: http://www.ilpost.it/2010/08/29/addis-abeba-architettura/).



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Non era quindi retorica l’ambizioso progetto mussoliniano di Comunità Imperiale Romana.

Come afferma ancora Mariantoni:

«Mussolini, infatti, di lì a poco – in aperta sfida e provocazione al colonialismo ed all’imperialismo che erano praticati dalle altre potenze mondiali – volle inaugurare un nuovo tipo di ordinamento dei popoli che allora facevano parte o erano parte integrante dello Stato italiano: quello, per l’appunto, della Comunità Imperiale Romana.

Una Comunità, cioè – come spiega il costituzionalista Gaspare Ambrosini – dove ”nessuna parte ha funzione di semplice strumento, né tanto meno è assoggettata a sfruttamento; tutte partecipano allo scopo comune ed ai comuni vantaggi, conformemente alla tradizione di Roma che (…) associava i popoli al suo destino” (citato da Michele Rallo, “L’epoca delle rivoluzioni nazionali in Europa”, vol. IV°, Ed. Settimo Sigillo, Roma, 2002).

Qualunque sia o possa essere il giudizio che, oggi, si possa esprimere sulla Colonizzazione fascista, è ovvio che quel tipo di ordinamento – sia nel concetto che nella sua applicazione pratica – era diametralmente all’opposto di ogni forma di dominazione dei popoli, quale era praticata, in quel periodo, dall’insieme delle potenze coloniali europee ed extra-europee».

E non è superfluo sostenere che mentre non era raro il caso che inglesi e francesi, da veri colonialisti, soggiornavano o presidiavano le località a loro assoggettate, stando tra la gente con il frustino in mano, gli italiani ebbero un ben diverso comportamento.

Come conferma Romano Bracalini: «“gli Italiani, anche col fucile e il casco coloniale, restavano dei poveri cristi che andavano in Africa per lavorare e come colonialisti erano dei dilettanti. Si comportavano diversamente dagli Inglesi, che tenevano il frustino sottobraccio e non davano confidenza agli indigeni” (“Storia Illustrata”, n. 334, Settembre 1985)».

Sintomatico, inoltre, era stato, già dall’inizio della Guerra d’Africa (1935), il gesto di Luigi Pirandello (che aveva offerto la medaglia d’oro del suo Premio Nobel); il filosofo antifascista Benedetto Croce donò alla Patria della sua medaglietta d’oro di Senatore, mentre il PCI, clandestino, dell’agosto 1936, nel suo mensile “Lo Stato Operaio” n. 8 pubblicò un manifesto indirizzato a tutti gli Italiani, anche “ai fratelli in camicia nera” invitando all’unione del popolo italiano, fascista e non fascista, in cui, tra l’altro, si affermava: “Lavoratore fascista ti diamo la mano. Noi comunisti facciamo nostro il programma fascista del 1919, che è un programma di pace e di libertà, di difesa dei lavoratori … ”.



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Propositi che vennero ribaditi, nell’Ottobre del 1936, dal Comitato centrale dello stesso Partito Comunista e sottoscritti da Togliatti, Di Vittorio, Longo, Negarville, Sereni, Teresa Noce, Donini ed altri.

Chiariamo: lungi dall’essere una sia pur parziale condivisione del fascismo, o un cedimente all’operato del Duce, come ingenuamente hanno preteso di leggerlo alcuni, questo manifesto era, di fatto , una furbesca trovata, propagandista e psicologica, per far fronte alla incontenibile marea di consensi che stava avendo il regime fascista con la conquista dell’Impero, mostrando solamente una (finta) non estremistica e preconcetta opposizione.

Oggi che queste situazioni sono lontane anni luce, che le cosiddette nazioni democratiche hanno mostrato il loro vero volto criminale, hanno sterminato interi popoli, riportato all’età della pietra nazioni, come per esempio l’Irak e la Libia, sufficientemente moderne, hanno sottratto e rapinato tutte le risorse della terra, imponendosi con un colonialismo di stampo finanziario e capitalista, che agisce attraverso banche e multinazionali, oggi, chiunque intendesse rifarsi ai postulati, ai progetti del fascismo, proiettati ai nostri giorni, non può che attestarsi in posizioni di assoluta avversione contro questi “imperialismi”, soprattutto quello statunitense e israeliano, schierandosi senza se e senza ma dalla parte dei popoli aggrediti o assoggettati e alle loro lotte di liberazione.

Non possono più esserci equivoci o mezze misure, né alibi per un comunismo oramai, grazie agli Dei, defunto.







 di Maurizio Barozzi



























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